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lunedì 16 luglio 2018 ..:: Vivere la città » Curiosità » Conosciamo i nostri poeti » Achille Abramo Saporiti » Note su testo poetico SULLA QUARTA CORDA ::.. Registrazione  Login
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NOTE SUL TESTO POETICO "SULLA QUARTA CORDA"

  

Note critiche su La quarta corda
 
 I
 
“Tenterò il viaggio - con un quaderno - a portata di mano”… E a chiusura della pagina successiva: “è solo- chi non sa di essere amato - di incondizionato amore” ….
Il viaggio, dunque, come metafora della vita, tanto di quella del poeta, quanto di quella dei personaggi ai quali egli ha dato voce e respiro, lungo le tappe del suo percorso letterario.
E, ancora una volta, la riaffermazione della sua fede senza riserve nel Dio Creatore e Padre, capace d’infinita gratuità d’amore nei confronti di tutto ciò che ha chiamato all’esistenza, ma in particolare dell’uomo, di ogni uomo. una fede che gli consente l’intuizione, ma anche la personale, sofferta esperienza della possibilità di una gratuità umana di relazioni che l’amore sorregge e vivifica nel tempo, liberandolo dai limiti e dalle angosce per il distacco e la lontananza che porta con sé la morte di una persona amata. 
Sono questi i concetti cardine e il filo conduttore che sostengono e ritmano tutta l’opera poetica di Achille Abramo Saporiti (in particolare quella dell’ultimo decennio) e che ritornano, esplicitamente enunciati e presenti, all’inizio di questo nuovo libro.
   In effetti, come La Donna di Pietro e Simone di Cirene, affrontano prima riluttanti e poi sempre più consapevoli e convinti l’ascesa che li porterà dentro il Trascendente, dentro la gratuità dell’insondabile amore di un Dio che crea, perdona, redime e chiama alla sequela, anche il poeta, fermo in attesa sulla soglia del limite che la sua sposa ha varcato, ritrova la forza di proseguire il proprio viaggio e di riscoprirne con commosso stupore il senso e la bellezza nelle mille sfaccettature del quotidiano, dentro il quale sente che ella continua ad essergli compagna (Vaso di nuove Meraviglie).
E tuttavia, è proprio perché quei concetti e quel filo conduttore sono esplicitamente enunciati e presenti dentro questo nuovo libro, che essi acquistano una pregnanza ed un più profondo significato. Sarà dunque lungo queste due linee interpretative che si rivelerà utile accompagnare il cammino di Saporiti, il quale, mentre scava più a fondo in se stesso, rinunciando a raccontare di altri, si apre a suggestioni che vanno ben oltre il puro mondo della parola.
La decisione di far passare la propria poesia attraverso il filtro e il legame con le tecniche e la magia dell’arte della musica, al di là di essere testimonianza di una consuetudine antica con la materia e di una conoscenza, frutto di una ricerca che costituisce, forse, l’impegno e il godimento più segreti di tutta la sua vita, esprime il bisogno di modulare la propria interiorità su una voce altrettanto pregnante: “la quarta corda, la più profonda, corda delle viscere dell’anima”.  
È in questo parallelismo di parola e suono, ma anche nel loro intrecciarsi e intersecarsi per poi sciogliersi e ritrovarsi di nuovo lungo fughe e riprese, che il poeta tesse e ritesse la propria storia, raccogliendone i frammenti in una serie di temi di per sé non sempre chiaramente riconducibili ad uno solo degli undici enunciati musicali che ritmano il testo, e che neppure sempre si rivelano totalmente esauriti là dove si fanno presenti.
Si può arguire invece con una certa sicurezza che essi o ritornino all’interno del gioco dialettico sotteso a taluni “temi” proposti (tono maggiore e tono minore; sfarfallamento e tremolo) o quali risposte a esplicitazioni di contenuto (nella solitudine; è fiume carsico) o ancora come personale precisazione del poeta (provo a pizzicare le corde; essere poveri per scelta).
 
“Col gioco delle dita/ tentare la salita all’acuto,/- poi portare il senso giù nei visceri,/ come il secchio calato dentro il pozzo/ perché risalga colmo”: versi programmatici, questi, per la risonanza della “quarta corda”, ma in questo contesto perché sono la traduzione simbolica della modalità con cui la vita è accolta e vissuta da parte del poeta. Essa è per lui un dono e come tale va accolto e gustato nella sua totalità: nella gioia e nello smarrimento che nascono dalla contemplazione della natura, nello stupore per un incontro che si trasforma nella quotidianità di presenze amate; un dono da non rifiutare mai,neppure quando diventa momento di fatica e di pena, anche quando si fa angoscia, interrogativo accorato, grido di ribellione.
Soltanto nella decisione volontaria, pur se sofferta, di tale accettazione, risiede il coraggio di tentare “la salita all’acuto”; il poeta sa tuttavia che altra è la strada da percorrere, se vuole che il suo vivere si trasformi in canto e dono per altri. È necessaria una purificazione, essenziale un perdersi di quel “vissuto” nel silenzio e nel buio benefico dell’interiorità dell’essere, da cui possa risalire, secchio colmo, per la sete di colui che lo trova.
Ed ecco subito un tema già toccato, ad esempio, nella seconda parte de “La notte del Cireneo”.
“Non gli occhi negli occhi”… Le tecnologie dell’oggi non richiedono il linguaggio degli sguardi e si accontentano di parole vergate con “grafia impersonale”. In un mondo reso schiavo dalla “chiacchiera” (suggestiva la risonanza heideggeriana) e frastornato da rumori indefiniti, solo la scelta corretta della “linea d’orizzonte” consente al musicista, ma anche al poeta, di “sapere che l’acuto “non stride sulla quarta corda”, perché essa “tocca il centro della risonanza”.
”Guadare il torrente/ saltando di pietra in pietra”. E appena più oltre: “Sono i saltelli della bimba/ dal gonnellino a fiori/ (la più carina!)”: si delinea così, “con brevi tocchi”e nello spazio esiguo di poche liriche l’arco di vita che dall’infanzia sale verso l’adolescenza ed il fiorire della prima giovinezza. Quadretto di grazia serena e “d’ingenua malizia” il gioco nel cortile di terra battuta dei nonni, al quale segue, bellissima, l’apparizione di “una zitella bruttina”, una signorina Felicita della provincia lombarda,silenziosa e fuggevole, che affidò il fanciullo già inconsapevolmente poeta “ad un giorno radioso”. E già s’insinuavano in lui le paure, il senso di inadeguatezza e le nostalgie indecifrabili dell’età adolescenziale. “Invano cercai quella dolcezza/ nel sorriso delle mie compagne,/ dopo il rosario,/ nelle sere di velluto e di lucciole”. E ancora: ”Chiedevo la carità di un abbraccio/ perché su di me/ non avrei scommesso mai”. “Resiste ancora/ nella memoria labirintica/ il sapore dei baci che non ebbi”. E finalmente confessa: “Con il corpo disamato in gioventù/ mi riconcilio ora/ quando perde il vigore”.In mezzo, gli anni di una felicità domestica garantita da un’intesa profonda e da una maturità resa ricca da esperienze artistiche diverse, realizzate attraverso un paziente “labor limae”.
Poi lo strappo e la sofferta accettazione che si sublima nella persistenza del ricordo e nella certezza di un ritrovarsi senza fine. “Nel buio ti ritrovo/ muta e invisibile visione/ con i fiori che non ti ho donato./ Giungerò al confine/ e tu verrai incontro,/ mi condurrai per mano e mi dirai: “Ora sei qui/ per sempre/ nella luce”.      L’attesa però richiede tempi impossibili da calcolare e del resto la fragilità dell’uomo che conosce l’invidia degli angeli rallenta per sua stessa natura l’andare oltre il limite. “Ancora mi trattiene, forte,/ la forza di gravità” e si giustifica, accattivante e però sincero: “Ma per spiccare il volo/ mancano le tue ali”.
La sposa tuttavia torna sempre a conforto: “Diafana mi giungi dalla neve/ che resta intatta/ al tuo passare”.
E lo sposo commenta : “Ci sono cose che si vedono/ soltanto ad occhi chiusi,/ perché il mistero ama farsi amare”. Prosegue quindi il suo cammino dietro a questa scia che viene dall’alto, altalenando tra ammissioni di fatica e soprassalti di vitalità. “Non so vincere l’opacità./ Sono d’inquietudine/ un portatore sano”. “Il dubbio è stimolo/ a compattar l’arcobaleno/ per risalire/ al bianco del tutto e del sempre”. “Posso vendemmiare solo sogni”. E tuttavia: “Lodare il Signore al risveglio/ sapendo che l’albero e il cielo/ di noi l’hanno fatto prima e meglio”. 
 
II
   
A partire da “nella solitudine”, i temi che Saporiti affronta continuano ad essere gli stessi, quelli che più gli sono cari e congeniali, ma il loro svolgersi non segue ormai la logica consequenzialità della prima parte del libro; esigono pertanto di essere rintracciati e messi sempre in relazione con le suggestioni del discorso musicale. Percepiamo con chiarezza il farsi pressante nel poeta la tensione a rafforzare la consonanza tra il linguaggio verbale e quello della musica. “È libera la nota/ che si accorda con le note amiche/ liberi i versi/ dettati da un’urgenza vera”. Anzi, il legame è ancora più totalizzante, perché sembra coinvolgere la stessa vita dell’uomo e quella dell’intero universo.
 ”Vivere è suonare a prima vista,/ nulla sapendo del finale/ se non per quanto detta l’intuito/ o l’esperienza”.
E ancora: “Ma benedico/ la meraviglia di cantar nel coro,/ d’essere in simbiosi/ con l’alba e col tramonto”.
A questo punto Saporiti, che ha ormai trovato coraggio e ha imparato a puntare lo sguardo al fondo di se stesso e della sua raggiunta maturità, dà voce ai propri sentimenti ed alle proprie meditazioni utilizzando una forma diversa di linguaggio e di stile che si traduce volta a volta in versi densi e complessi o scabri ed essenziali, a supporto dei concetti di cui sono l’espressione.
 
Anche il paesaggio che trova nel libro ampi spazi è descritto con rapidi tratti, per cedere subito il posto alla riflessione personale.
“Sul profilo del colle/ in severa snellezza/ i cipressi hanno sagome/ di candelabro”. E di seguito: “Tra i giochi segreti dell’anima/ sbuca con vigore il meaculpa/ per i baci non dati”.
E’ fatica lunga quella del poeta, quando vuole coniugare vissuti e pensieri con i canoni della propria arte e di un’arte sorella; implica segreti percorsi nel buio ed improvvise risalite in piena luce. E Saporiti commenta: ”E’ fiume carsico/ l’andare dei suoni; fiume carsico/ il fluire degli eventi”. 
 
Scorrono su questo ritmo, discendente e ascendente, poi discendente e ancora ascendente, le liriche restanti, alternando versi di grande suggestività e leggerezza ad asserti che denunciano il tormento e il rovello di lunghe riflessioni e ostinate rielaborazioni.
Questo altalenare è proprio anche del percorso del “sole/ che sorge e che tramonta”, per risorgere e di nuovo tramontare, all’infinito.
E il libro si chiude sulla stessa nota e sulla stessa immagine con cui si è aperto: “E’ ora di riporre/ quaderno e matita,/ compagni di viaggio,/ di esperienza e di emozioni.// Nelle vene più musica che sangue”.
 
di Angela Mazzetti
 
*****
 
Sulla quarta corda, “la più profonda, / corda delle viscere dell’anima”.
Dell’anima ognuno di noi cerca sempre dentro di sé un’immagine, e mi pare di poter dire che quasi mai le viscere fanno parte di questa immagine. Eppure consentiamo subito con questa riuscita espressione iniziale, le viscere dell’anima, e ci prepariamo con grande partecipazione a seguire il poeta, armato di penna e quaderno, che affronta il suo viaggio alla scoperta delle viscere del suo animo, come se sentissimo che quello che segue sarà una ricerca ed una scoperta anche della profondità della “nostra” anima.
 
Anche nelle precedenti opere di Abramo Saporiti la musica è quasi sempre presente, sia come riferimento, che come armonia e ritmo dei versi, ma il nuovo lavoro “Sulla quarta corda” è completamente immerso in un’atmosfera di suoni armonici, di vibrazioni, di echi e di dense pause di silenzio. La musica è il canovaccio, la struttura portante della maggior parte del testo: la musica come vibrazione dei suoni che accompagna la vita come vibrazione degli esseri.
“Chi con noi vibra, con noi rimane”: nella sua prefazione Marco Testi ben sottolinea che si rileva nella raccolta la forte tendenza ad una fusione comune tra gli uomini e con il Tutto, che sviluppa su un immaginario rigo musicale un armonioso senso cosmico.
Leggendo “Sulla quarta corda”, viaggio spirituale ma anche diario intimo e profondo di un uomo che ha molto vissuto e sofferto, sentiamo che l’espressione dei sentimenti più veri e soprattutto quella del dolore esistenziale è affidata quasi più alla musica ed al ritmo che alla parola.
 
Aggiungo che la parola, le parole di Saporiti, nascono qui, Sulla quarta corda in particolare, come e più di sempre, da una ricerca linguistica molto accurata, del resto riconosciutagli da critici molto autorevoli. Cito Claudio Toscani che, a proposito di un precedente lavoro (Vaso di nuove meraviglie), scrive: “Nuovo e ammirevole è lo scolpito lavoro linguistico di queste poesie, tra parole della tradizione ed incandescente modernità di un vocabolario della vita e dell’anima, del tempo e dell’infinità, della morte e dell’amore.” Parole che, a mio parere, sono perfette anche per “Sulla quarta corda”, dove la ricerca linguistica è stata quasi sofferta, soprattutto per ciò che concerne “il metro” dei versi. L’autore stesso mi ha parlato del paziente lavoro di “scalpello e lima” sui suoi versi apparentemente così liberi ed in verità sapientemente elaborati e costruiti.
Faccio notare inoltre che le diverse scansioni del testo, più che distinguere autonome sezioni tematiche, raccontano gli spostamenti progressivi del percorso spirituale ma anche esistenziale dell’autore, mettendo in evidenza il tracciato di una linea di anni, di vita, di affetti, di emozioni e di memorie.
La tristezza e l’ottimismo sono inseriti quasi contrappuntisticamente in una trama musicale fitta di risonanze e di echi.
Credo che ciascuno dei lettori saprà trovare quelli più vicini al proprio sentire.
 
“Come orchestrali ogni volta / mettersi in gioco”; e “Chi con noi vibra / in noi rimane”; e ancora “È compito di ognuno / unirsi ad ogni quarta corda / per celebrare / la polifonia del cosmo”.
Le liriche hanno sviluppato tutti i temi cari al poeta, partendo proprio da quella vibrazione tra gli uomini che li rende solidali, capaci di attuare una ricerca comune nella bellezza del Creato.   Saporiti osserva e descrive sempre la natura e i suoi aspetti più quotidiani con affetto e sentimento di partecipazione.
In alcune liriche, c’è anche una sorta di invito al lettore perché sia lui stesso a continuare in questa ricerca di senso alto della vita che, in fondo, è ricerca dell’io per conoscere se stesso: l’uomo riflette con “timore e tremore” sulle sue esperienze, sulla maturità e la vecchiaia, sul dolore, sulla morte.  
“Avrò l’audacia
di tessere le lodi alla vita
anche nei giorni dello smarrimento?”
 
l’autore si era chiesto nelle pagine iniziali.
Abbiamo motivo per credere che la risposta sia affermativa, che la convinzione cui l’autore approda è che la vita vada vissuta in pienezza ed intensamente.
Contrariamente a molti autori dei nostri tempi, che hanno accettato le conclusioni del pensiero contemporaneo che ha decretato (con Nietzsche) la morte di Dio, la lettura delle liriche di Saporiti fa nascere in noi riflessioni ben diverse, per esempio quella che ci suggeriva già qualche tempo fa l’Editore Ladolfi, allora in veste di critico letterario di precedenti lavori di Saporiti “E’ Dio che tace o l’uomo del nostro tempo che non è più in grado di ascoltare la sua voce?”.
Secondo Saporiti, l’ascolto di se stessi e la conseguente riconquista della propria dignità, in una visione di fede, ci permetteranno di superare l’angoscia che proprio in questi tempi così edonistici attanaglia un sempre maggior numero di uomini.
Eugenio Montale, che di questa angoscia era stato uno dei primi interpreti, in tutta la sua poesia ha cercato “senza sosta” (e senza successo) uno sbocco, un “varco” nel muro invalicabile della vita.
Saporiti ci lascia intendere di credere di aver trovato il “varco”, o meglio di credere con fermezza ed ottimismo che il “varco” c’è.     
 
Le ultime liriche della raccolta sono una resa commossa ed ottimistica alla vita e alla sua necessità accettata con fiducia: il tempo non è più visto come il tiranno che ogni cosa divora, ma, ci ricorda Saporiti, ci “è dato in prestito”. In questo modo il poeta si immerge nel presente e lo vive in pienezza, perché si tratta di un “presente mai sazio di infinito”.
Il percorso spirituale ed esistenziale di cui parlavo all’inizio ha portato all’accettazione, che io vedo quasi come fulcro della raccolta: accettazione dei limiti, dei lutti, del mistero della vita; gradatamente o attraverso dolorosi strappi, la speranza si è fatta più forte dell’angoscia.
Vorrei, in ultimo, parlare del silenzio. Sembra una contraddizione in termini. Si può parlare del silenzio? Credo di sì, se attingo a tutta la poesia di Abramo Saporiti, in particolare a “Sulla quarta corda”.
E non sembri strano che un testo intriso di musica lasci tanto spazio al silenzio (non ricordo quale grande direttore d’orchestra abbia detto che la pausa in musica è la cosa più difficile da suonare!).
Ecco alcuni dei più riusciti versi di “Sulla quarta corda” a proposito del silenzio:
 
Nel silenzio tutte le melodie.
 
Cercare dentro il silenzio
così fragile così potente
le schegge di quell’eternità
che abbiamo incoronato.
 
Il silenzio sconfina nel tempo.
 
Ora non mi resta che il silenzio.
 
Il silenzio fa germogliare
parole più intense e nuove.
 
Anche per il primo violino
nella sinfonia degli addii
viene il tempo
di spegner la candela e andarsene.
 
Ho riproposto questi ultimi quattro versi, per richiamare la bellissima immagine della Sinfonia degli addii di Haydn dove (quelli che l’hanno ascoltata qualche volta lo ricordano certo) a turno gli orchestrali smettono di suonare, spengono la propria candela e se ne vanno uno dopo l’altro lasciando la sala al buio in un silenzio pieno di echi.
Non posso non pensare, qui, al desiderio altrove espresso da Saporiti, di
 
“andarsene sull’ultima nota
cercando di non disturbare”
per “…morire di una morte
fresca e leggera”;
 
e ricordo anche, quasi con commozione, la sua accorata fiducia:   
 
“Io so, Signore […]”
che “mi domanderai
se ho cantato l’inno alla vita
sulla quarta corda”.
 
di Fiorella Campo Moretti
 
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