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sabato 25 marzo 2017 ..:: Vivere la città » Curiosità » Conosciamo i nostri poeti » Achille Abramo Saporiti ::.. Registrazione  Login
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Achille Abramo Saporiti

 

Nato a Gallarate il 13 Ottobre 1937, vive a Cassano Magnago in via Rossini, 29.
 
Ha cominciato a pubblicare in proprio sillogi poetiche dal 1970.
 
Ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali
 
Sue liriche sono apparse in raccolte e antologie di poesia del novecento.
 
E' stato più volte invitato per presentazioni, incontri e letture poetiche presso Biblioteche civiche, Circoli Culturali e agli Incontri Letterari alle "Giubbe Rosse" di Firenze.
 
Ha pubblicato i testi poetici:
 
  • GALLI DI LATTA   - Massimo Baldini Editore, Como, 1986.
  • AMOROSISSIMA FOLLIA - Massimo Baldini Editore, Como, 1987.
  • LA DONNA DI PIETRO - Massimo Baldini Editore, Como, 1989. -Seconda edizione, con prefazione di Angela Mazzetti, 2003
  • D'UNA PROMESSA - in collaborazione con Mariagrazia Carraroli e con prefazione di Gianfranco Ravasi. - Edizioni Santi Quaranta, Treviso, 1992.
  • NEL CROCEVIA DEI GIORNI - con prefazione di Gregorio Scalise.- Edizioni Tamari, Bologna, 1993.
  • CANTO DISCANTO - in collaborazione con Mariagrazia Carraroli e con postfazione di Carmelo Mezzasalma. - Edizioni Amadeus, Padova, 1996.
  • UN AMORE DI VIGILIA - con prefazione di Franco Loi. - Edizioni Book, Bologna, 2000
  • VASO DI NUOVE MERAVIGLIE – con prefazione di Giuliano Ladolfi – LietoColle Libri – Como 2004
  • LA NOTTE DEL CIRENEO - con prefazione di Marco Guzzi - Interlinea Edizioni - 2009
  • SULLA QUARTA CORDA - con prefazione di Marco Testi – Giuliano Ladolfi Editore - Novara 2010
  • QUI E ORA E L'OLTRE - con prefazione di Giuliano Landolfi - Giuliano Landolfi Editore - Novara 2012
Hanno ripetutamente parlato di lui:
 L'ALBUM (Mn), AGENZIA GIORNALISTICA ITALIA (Roma), ATELIER (No), AVVENIRE (Mi), LA CITTADELLA (Mn), CITTA' DI VITA (Fi), LA CLESSIDRA (Al), IL CORRIERE DI TORINO, DIDATTICA OGGI (Mi), EDAV (Roma), LA FAMIGLIA NUARESA (No), IL GAZZETTINO (Tv), HUMANITAS (Pd), LETTURE (Mi), LUCE (Va), I MARTEDI' (Bo), IL MATTINO (Na), L'ORDINE DEI GIORNALISTI (Mi), L'OSSERVATORE ROMANO (CdV), OTTO/NOVECENTO (Va), PAGINE GIOVANI (Roma); POESIA (Mi), LA PREALPINA (Va), IL RESTO DEL CARLINO (Bo), ROMA 7 (Roma), IL SABATO (Mi), IL SOLCO (No), IL SOLE 24 ORE - Inserto della Domenica - (Mi), STUDI CATTOLICI (Mi), TOSCANA OGGI (Fi), VITA CATTOLICA (Tv), LA VITA DEL POPOLO (Tv).
Inoltre: RAI 3, RAI Radiouno, Rai Radiodue, Cultura l TG – Rai utile, Tele Altitalia, Radio Missione Francescana, Radio e Tv private.
 
Presentazioni critiche a voce di:
Giuseppe Baldassarre, Giorgio Bàrberi Squarotti, Fiorella Campo Moretti, Mariagrazia Carraroli, Vittorio Erlindo, Giuliano Ladolfi, Franco Loi, Franco Manescalchi, Ferruccio Mazzariol, Angela Mazzetti, Carmelo Mezzasalma, Silvio Raffo, Gianfranco Ravasi, Luciana Ruffinelli, Gregorio Scalise, Massimo Scrignòli, Franco Zizola.
 
Hanno pubblicato articoli critici:
Gianni Bellesia, Paolo Bignoli, Paolo Bonato, Giuseppe Bonura, Roberto Carifi, Gino Cavallo, Angelo Lorenzo Crespi, Luca Doninelli, Curzia Ferrari, Maurizio Fontana, Andrea Giacometti, Enrico Grandesso, Andrea Guastella, Franco Lanza, Giuliano Ladolfi, Franco Loi, Filiberto Mazzoleni, Carmelo Mezzasalma, Graziella Merlatti, Sandro Montalto, Patrizia Pizzirani, Adriana Pozzi, Paolo Ruffilli, Silvestro Pascarella, Gregorio Scalise, Alessandro Scurani, Antonio Spadaro, Marco Testi, Claudio Toscani, Franca Maria Vacante, Domenico Volpi, Aldo Zagni, Fausto Zancanella.
 
  
Saggi critici:
 
  • Giuliano Ladolfi: "La concezione antropologica nella poesia di Achille Abramo Saporiti" su OTTO/NOVECENTO, Settembre-Ottobre 1994 (pag.119 - 158)   
  • Carmelo Mezzasalma: "Quel canto che giunge dalla notte" su CITTA' DI VITA di Maggio - Giugno 1996 (pag. 227 - 238)
  •  CD: Sonia Grandis legge "Un amore di vigilia" (Introduzione di Angela Mazzetti – Elena Marzetta soprano, Giona Saporiti flauto)
  • Francesco Diego Tosto: "La letteratura e il sacro" (prefazione di G. Langella)  - visualizza l'estratto.
Alle liriche di Saporiti hanno dedicato opere artistiche:
 
  • Mostra di transfers fotografici (Centro S. Fedele, Milano 1995) del regista Andrea Salomoni (RAI)
  • Mostra itinerante di terre policrome della scultrice Silvia Cibaldi.

     

Si riportano alcuni brevi stralci dalle numerose recensioni:
 
 “(…) La poesia di Achille Abramo Saporiti è elegiaca, crepuscolare, intima e paesaggistica. Questo dato anzi (il paesaggio) è quello che colpisce di più. Il paesaggio è strettamente intrecciato agli stati d’animo, in una dizione poetica secca, stringata al massimo, che fa venire in mente certo Ungaretti, o certo Sbarbaro”.
Giuseppe Bonura: Avvenire, 20 settembre 1986
 
“(…)  Linfa segreta di questa composizione è una religiosità profonda ma non ostentata, un senso del sacro spesso ravvisabile ma sempre accompagnato da tremore e riservatezza. (…)  La versificazione del tutto particolare ed estremamente diluita, non si esaurisce mai in un gioco verbale. Saporiti non si lascia blandire dalla bella forma, dall’estetica, dall’armonia fine a se stessa. Le parole non sono sprecate, ma quasi isolate e poste in valore con tutto il loro peso ed il loro pregnante significato; e sono preferite dall’autore al verso più o meno tradizionale”.
Liberto Mazzoleni: L’Osservatore romano, 5 novembre 1986
 
“(…)  Un’unità ritmica profonda ma discreta, costituisce il tessuto naturale di una meditazione che, con eleganza, conduce sulla pagina la novità – povera e proprio per ciò ricchissima – delle proprie  continue scoperte. Grande terreno di questa meditazione: la quotidianità, la cui dispersione chiama, di anno in anno, di giorno in giorno, la poesia all’umile compito della raccolta e della memoria.
Luca Doninelli: Il Sabato, 11-16 gennaio 1987
 
“(…)  Insomma una poesia dove il canto s’intreccia al pensiero, com’è nella migliore tradizione italiana. Un canto raramente spiegato, ma vivo d’emozione e di cure. (…)  Un pensiero regge il canto, insistente, ostinato nella ricerca o nella denuncia, e giustifica l’angustia sotterranea di un autore che nella poesia trova il modo di liberarsi, si placa”.
Alessandro Scurani: Letture, aprile 1987
 
“(…)  Saporiti è considerato, a ragione, uno dei migliori tra i poeti che si ispirano ai temi della fede cattolica. In questo senso il testo che abbiamo citato è esemplare perché racchiude in due sole immagini, e quasi riassume nel volgere di pochi versi, le verità fondamentali della nostra religione: la Parola che crea e l’Amore che redime. (…)  Piace in Saporiti il suo essere poeta classico, che comunica attraverso un eloquio puro, del tutto esente da vuoti rovelli e da inutili ermetismi. I suoi versi sono sempre piani, sciolti, non gridati ma scanditi a voce bassa, con tono dolce e fermo. E’ come ascoltare qualcuno che molto ha meditato, che molto ha saputo soffrire e che, pacatamente, ci fa partecipi delle sue luminose scoperte spirituali”.
Franca Maria Vacante: L’Osservatore romano, 13 aprile 1988
 
“(…)  In un tempo che sembra così avaro di autentiche voci poetiche cristiane, la presenza di Saporiti nel panorama letterario italiano è tra quelle di più grande attesa e tra le più degne di essere conosciute e apprezzate ben oltre la ristretta cerchia dei soliti lettori di poesia. Saporiti, infatti, merita di essere conosciuto. Attento e acuto pensatore e testimone del nostro tempo, il suo pensiero sa, tuttavia, trasformarsi in canto come per miracolo …”.
Aldo Zagni: La Cittadella, 29 maggio 1988
 
“(…)  Le composizioni sono percorse da una vena lirica misurata, ma potente nel rivelare i più intimi palpiti dell’essere di fronte al rischio di una promessa che – come un dramma – silenzio intorno a sé esige e rimanda oltre il tempo di capire”.
Annamaria Inversetti: Luce, 26 aprile 1992
 
“(…)  Un volume, in definitiva, che si offre al lettore in più chiavi di lettura dimostrando di possedere una vena narrativa che nulla toglie alla limpidità della poesia. Un racconto antico che si dipana delicatamente, verso dopo verso, pervaso da una forte religiosità e condotto con sapiente padronanza stilistica. Godibilissima testimonianza di quanto lontana dal vero sia la lobby che predica una sorta di fine della poesia”.
m. p. : Il Mattino, 16 giugno 1992
 
“(…)  Quest’ultima raccolta di poesie di Achille Abramo Saporiti ci si presenta come un toccante cammino in versi: un percorso tra le contraddizioni ed i vuoti del mondo moderno compiuto da un’anima sensibile, spontaneamente protesa sui margini della vita umana per afferrare, nella splendida danza della creazione, la presenza rasserenante e portatrice di senso, di Dio. Giunto al Crocevia dei giorni, quasi fosse Nel mezzo del cammin di nostra vita, Saporiti anela ad una dimensione liberatoria per l’uomo, ad una esistenza carica di significato, che ricuperi per ognuno l’armonia con la natura, con gli altri uomini, con se stesso”.
Maurizio Fontana: L’Osservatore romano, 3 marzo 1994
 
“(…)  Non può quindi stupire che spesso la nostalgia affiori da questi versi, una nostalgia sottile, più rammemorazione di sé e rammarico di non sapere o poter essere che inclinazione al passato e rievocazione delle cose.  …  mi sembrano versi che testimoniano del particolare amaro riflettere di Saporiti, ma anche della sua speranza, del suo guardare oltre il nostos che lo perseguita”.
Franco Loi: Il Sole 24 Ore Domenica, 24 aprile 1994
 
“(…)  Una visione quasi filosofica del mondo, tra concetto ed atto, cuore e comportamento, che sfocia in una fede consapevole, sia della precarietà umana, sia dell’inafferrabilità del mistero, sia infine della schiacciante presenza del male.  E proprio per questo, al di là del dubbio, del rischio, dello scacco e del disagio, si fa credo solenne, intimo e sociale; si fa ricerca, chiave alla trascendenza, certezza dell’oltre, conoscenza e messaggio e profezia”.
Claudio Toscani: L’Osservatore romano, 5 ottobre 2000
 
“(…)  Lontano dalle effusioni di ascendenza romantica, il poeta adotta uno stile e mezza voce, perché è consapevole di cantare un amore che, pur incarnandosi nella vita di ogni giorno, conserva la magia di atteggiamento che sa scoprire la bellezza, il significato, lo stupore insito in un affetto comune, estraneo ad ogni spettacolarizzazione e ad ogni elemento sensazionalistico.
Giuliano Ladolfi: Atelier, settembre 2000
 
“(…)  Saporiti è un poeta che scrive quasi sempre sottovoce, un autore che non vuole turbare il momentaneo e perfetto equilibrio dell’amore che si viene creando e la cui bellezza diviene un altro dei temi fondamentali del libro, assieme all’assaporamento del legame e alla resa stilistica in improvvise e folgoranti forme quasi epigrammatiche. Conduce il lettore con garbo nei territori della mente, dove gli presenta le sue inquietudini e soprattutto gli fa apprezzare il modo, consono alla propensione del poeta all’ascolto e alla descrizione non di un amore travolgente e giovanile, ma del lento costruirsi di un amore maturo che si intreccia con pazienza alle fibre della quotidianità per renderla speciale in ogni momento”.
Sandro Montalto: La Clessidra (Semestrale di cultura letteraria), 2/2002
 
“(…)  L’autore esprime una vicenda esistenziale ricca di fede, di dolore e di speranza, di senso della vita e di ciò che la travalica. Egli si accosta all’amore e al mistero con timida audacia, con delicato abbandono, esitante ma forte di interiori certezze. Coglie momenti minimi, sensazioni tenui,  illuminazioni rapide come bagliori. Nei versi appare spesso come un viandante verso un totale incontro, un pellegrino per vocazione. (…)  Un messaggio per gli adulti e per i giovani, un invito a fermarsi, a pensare, a vibrare al potere evocativo della parola, che nessuna immagine potrà mai superare. Una esperienza di interiorità di cui c’è tanto bisogno”.
Domenico Volpi: Pagine giovani, aprile-giugno 2003
 
Questa prova lirica del poeta gallaratese è, infatti, soprattutto un elogio dell’ombra, del crepuscolo, come stagione inevitabile, ma che ha un succo divino per chi è in grado di intenderlo.Oltre le passioni, oltre le battaglie, perciò, Saporiti guarda ad un presente-dopo che non è mai disperazione e resa ad una natura matrigna; semmai rappresenta un’attesa delle dantesche stelle, intese come simbolo dell’assoluto.
Marco Testi; L’Osservatore Romano, Città del Vaticano, 23 Agosto 2004
 
Nuovo e ammirevole è lo scolpito lavoro linguistico di queste poesie, tra parole della tradizione e incandescente modernità di un vocabolario della vita e dell’anima, del tempo e dell’infinità, della morte e dell’amore. Accortamente elaborata, e per questo assai significativa, è la contiguità, nei versi, di figure retoriche tra similitudini, analogie e metafore, risorse culturali e testimoniale discorsività, saggezza salmodiante e dialettica gnomica.
Claudio Toscani; CITTA’ DI VITA, Firenze; Novembre-Dicembre 2004
 
L’anelito alla trascendenza si fa più impellente, la ricerca di un Dio “che ha viscere di madre” si esprime in momenti di sconforto e di filiale fiducia: “ per un tenero Iddio / il nostro esiguo vivere / si fa luogo e anticipo / di un infinito abbraccio”. L’Autore sottolinea la conflittualità umana, il volere sempre accomodare il divino al servizio delle nostre esigenze, di giustificare le scelte e gli atteggiamenti senza implicare al coscienza e raggiunge una serena conclusione che ritrae un Dio comprensivo, accogliente, paterno, che perdona ed espia per il genere umano: “configge con l’umano il tuo perdono / che prima che la colpa sia / redime”.
Domenico Volpi; PAGINE GIOVANI, Roma, 121, Luglio-Settembre 2004
 
Non è semplice trovare commenti distaccati alle parole che, riga dopo riga, trascinano in un sentimento crescente, coinvolgente, forse fin troppo reale: alla poesia, solitamente, si chiede di cantare l’amore felice, di passioni risolte, di farci calare una lacrima di gioia. In tutta la sua opera, il Saporiti canta di un amore felice che potrà riavere la sua nuova felicità una volta varcata la soglia, di una passione che, bruscamente interrotta, potrà avere il suo prosieguo nell’infinità
Fausto Zancanella LA CITTADELLA, Mantova, 19 Dicembre 2004
 
In “Vaso di Nuove meraviglie” si sente forte la voce religiosa di uno dei più interessanti poeti contemporanei. E qui bisogna fare una distinzione: non è solo e tanto uno dei migliori poeti cristiani d’oggi, ma è un interessante poeta che è credente, ed è altra cosa. Questo vuol dire che la sua poesia non viene issata agli onori della critica perché è ormai tra i pochi poeti cattolici italiani di un certo spessore, ma perché è poesia di livello, a prescindere dal suo essere o meno cristiana.
Marco Testi; ROMA SETTE, Roma, 6 Febbraio 2005
 
…quello che il verso scritto riesce a fatica a comunicare, l’armonia che si avvicina alle sfere dantesche, viene fatto penetrare dovunque, anche in chi è lontano dalle tecniche contrappuntistiche, e la bachiana Aria sulla quarta corda ne è un segno inequivocabile. […]
Lo sforzo di questa poesia è di cercare la medesima strada del suono armonico, di attraversare l’opacità e la durezza della parola per abitare silenziosamente il cuore degli uomini, il che se da una parte è impresa impossibile, dall’altra ha già nel suo tentativo la giustificazione
(Marco Testi); 2010
 

 

TESTI POETICI

 

 
TESTI POETICI

 

da "Qui e ora e l'oltre"

 

Termine di grandezza: l'infinito
l'eternità
 è misura del tempo

E forse questa pagina di diario
è stata scritta
nella memoria quando
attraversato dai segnali,
non sapevo di viver nel futuro.

Negli anni sale la tensione
ad un meglio definito chiarore
mentre ai bordi dell'anima il chiasso
spavaldamente preme per entrare.

Non nel grido squarciante
ma con la voce del silenzio
Dio venne tra fuoco e fuoco
a visitare Elia,
e con voce sottile viene a noi.

---

Nella casa, di notte,
si odono rumori.
Ricordi, forse, o passi
di antichi abitatori.

Sappiamo solo ciò che è stato.
Ma ciò che è accaduto
forse ci commuove
o ancora lacera,
ma non sorprende.

Solo ciò che ci aspetta è ignoto,

ma le parole che diremo
saran parole logore o sapienti?

Per sentire più presente l'eterno
non basta alzarci
sulla punta dei piedi,
nell'illusione
di esser più vicini al cielo.

daSulla quarta corda

Note sul testo poetico "SULLA QUARTA CORDA"

 

 Come spola,
l’arco scorre e ripassa
sul solido ordito delle corde
a tesser melodie,
e il fiato attraversa la canna
per farsi suono.

Ancorata a un solido cavicchio
la corda è dolente per tensione,
e anche nella stasi non conosce
gli acromatismi del vuoto.
 
Non è sola se ha vibrato
e se conserva
volti, sorrisi e passione.
 
È solo
chi non sa di essere amato
di incondizionato amore.
 
***
 
Col gioco delle dita
tentare la salita all’acuto,
poi portare il senso giù nei visceri,
nel luogo del silenzio e dei turgori
che definiamo cuore.
 
Giù nei visceri,
come il secchio calato dentro il pozzo
perché risalga colmo.
 
***
 
Amo ricordare che, ragazzo,
mi svegliò un mattino la carezza
di una zitella bruttina
che dolcemente mi affidò
ad un giorno radioso.
 
(Dopo l’opacità del sonno
il multiloquio dei passeri!).
 
Dietro le spesse lenti
erano grandi gli occhi e tristi.
Portava lo stigma delle donne
non amate e d’amore capaci.
 
Le negò la sorte di esser madre:
per me lo fu allora
quando condensò in quel gesto
il bene lungamente custodito:
 
non le fu dato dare.
 
Invano cercai quella dolcezza
nel sorriso delle mie compagne,
dopo il rosario,
nelle sere di velluto e di lucciole.
 
Inutile mi fu posar l’orecchio
alla corteccia d’ alberi:
il transitar di quella linfa
         non si udiva.
 
***
 
Sognavamo gli stessi sogni
ed una era la speranza.
Ora che sei della sostanza
degli angeli mi mancano i tuoi piccoli
baci di eterna adolescente.
 
Mi manchi tu che avevi
più della terra il soffio,
più degli angeli il corpo.
Simile a Dio nel concepire,
più degli angeli nel generare.
 
Il tenace ardore dei sensi
che ha fatto di noi uno
dovrò surrogare
con un allacciamento d’aria,
e al vuoto che spinge alla resa
opporre più accanita voglia d’essere.
 
Grazie ancora per il dono
della tua bella imperfezione;
ai miei occhi ti faceva più vera.
 
***
 
L’inquietudine ha preso dimora
nel doppio fondo
dell’anima.
 
Negli anni ho conservato intatto
lo scrigno dorato dei sogni
e il sapore di lente carezze.
 
Ho imparato a dialogare col vento.
 
Ora son qui senza cravatta
e con le scarpe comode.
 
Io so, Signore,
che non terrai conto del frac,
dei successi veri o presunti,
di ricchezze o notorietà,
 
ma mi domanderai
se ho cantato l’inno alla vita
sulla quarta corda.
 
***
Chi di infinito amore
è consapevole oggetto
provi almeno a far di sé dono.
 
Sperando che Dio perdoni
la povertà della mia preghiera
butto giù quattro traballanti versi
per non mettermi l’animo in pace.
 
Scrivere poesie
può essere mancanza di pudore
o vocazione
ad una fertile malinconia.
 
Aspettarsi degli elogi è follia.
È ambizione illudersi
d’avere larghe consonanze.
 
Tuttavia, Signore,
se un mio sofferto verso
potrà raggiungere anche solo un cuore…
lascia che vi dimori.
 
Forse questo ai tuoi occhi è vanità;
 
fa’ che io non lo sappia.
 
 
 daLa notte del Cireneo
 
La cuspide di un alto cedro
rompe l’uniformità del cielo;
nel vicolo solo luce riflessa
quando il giorno appassisce.
Al complice occhieggiare
di gibigianna
il tramonto si mescola alla sera
come vino all’acqua,
per essere
acidulo viatico al riposo.
 
Mi ha insegnato la vita
a non oppormi
ai precetti del potere
perché è lusso insostenibile
nutrir pensieri propri.
 
Conscio d’essere figura di sfondo,
ho imparato a diffidar dei giudici,
a non credere ai re.
So che il Dio dei padri
non è visibile ai viventi.
 
L’estraneità che in me alberga
è cesura dal mondo e da me stesso.
 
***
Il dardo dei suoi occhi
s’incunea nel petto.
Tumultua e m’insegue.
 
Sotto quella maschera
di sangue e di dolore
fiorì per me un sorriso.
(Mai da un dottore della legge
mi venne così limpida favilla!).
 
Ma poteva dirsi re
chi non aveva
dove posare il capo,
tomba o caverna in cui giacere?
 
Pochi nella penombra
a consolazione affermano
che la sua sepoltura
non ne segnò la fine.
 
Tace il palazzo
ma si dice che sia risorto.
 
***
Il tramonto spalma sulla collina
riflessi di porpora
e dietro le fronde del faggio
s’indovina un sole cadente.
 
Nella stagione degli ultimi guizzi
prova una pena lieve
per la luce che viene meno
chi sa di incontrarla
il giorno che segue.
 
A sera, Marta,
salutando la luna,
sopravanza nel fanciullo stupore
i dotti trattati d’astronomia:
non si domanda se domani
verrà il sereno.
 
Invita a sorridere alle cose,
a dir loro addio senza rimpianti.
 
Con povertà di sguardo
e turgore d’anima
invita a lasciarci trafiggere
dalla bellezza.
***
 
Dubito delle facili certezze
di chi non ha assaporato la notte.
 
Meglio il ruvidore
di pensieri spinosi e interroganti,
l’attrito per il non commesso bene.
Meglio abbracciar l’attitudine al saio,
tenere in poco conto
le cose di poco conto;
rubare alla natura
la vocazione a risorgere
e non chiedere che bello sia il tempo
ma buono il giorno.
 
Al comando di un agile vento
corrono le onde
e il mare ai fanciulli regala conchiglie,
minime e significanti parti di sé.
 
Sul bagnasciuga
dell’incompiuta storia mia d’amore
vorrei léggere
oltre gli eventi il senso;
trovare una conchiglia
più d’altre iridescente,
che all’infinito attenga
come al corpo l’anima.
 ***
 
Nella nuova babele
uno dice e l’altro non intende
per vizio di volontà
non per ostacolo di lingua.
 
La libertà è insidiata
da un grande fratello
e dal politicamente corretto
che è l’ultimo e peggiore inganno.
 
Nella foresta delle distorsioni
moviamo tra segni non percepiti,
tra contrazioni e crampi dell’anima,
pellegrini
in cerca di una casa e di un Padre.
 
Quando per insondabile disegno
si è chiamati per nome
(e di essere scelti non si è scelto)
non resta che abiurare
o liberamente prendere
la strada in salita.
 
La via di mezzo
non porta mai lontano.
 
L’equidistanza è miope;
 l’equidistanza affioca.

***

Non ci è dato restarne fuori.
 
Quando chiami, Signore,
possiamo dire no o aderire:
ma tu, ostinato, ritorni
nel guscio vuoto del cuore.
 
Dallo schiuso portale della chiesa
si stampa sul sagrato
un trapezio di luce.
Così dallo slabbro del tuo costato
proietti sul mondo il fascio pulsante
della tua tenerezza.
 
Maestro del dolore innocente
Tu solo eternizzi e nobiliti
il nostro debole patire
che ingiustamente
diciamo ingiusto.
 
La mia fragile fedeltà
all’unica passione
risuoni a canone

nel tuo canto d’amore.

***

Pensieri informi e caldi segreti
ciascuno porterà nella sua tomba,
 
e un angelo affastellatore
li poserà ai piedi del trono.
 
Poi, più umile, verrà
un angioletto a spigolare
 
perché nemmeno il pulviscolo
delle nostre emozioni si perda.

***

E quando a pieno campo
alta una voce dirà
“Su il sipario!” …
 
sarà la pienezza.
 
 
 
daGalli di latta
 
Donna!
(era l’uomo assopito
 quel giorno
  sognando ti stava,
e Dio, forse,
 nel plasmarti
 cantava!)
***
Il senso dai
e la vertigine dell’infinito.
I profumi conservi
e il fresco
dei cedri del Libano,
dei gigli e del cipro
di Re Salomone:
le tue radici
nella terra affondi
e nella luce.
***
Giona la calda voce
del flauto
(della nostra intesa complice)
a quali eldoradi
le porte dischiude!
***
Sulle mie spalle,
Davide,
è il tuo riso
più vicino
al cielo.
***
Nei teneri boschi
si frange,
colma di vento,
la nostra voce.
Dalla pioggia
rifatti innocenti
come in arioso passato
corriamo.

Piena la bocca
di nuove parole.
Come una gemma
il cuore.
***
Dove sono finite
le teorie dei gelsi
della contadinità padana?
Il campo hanno ceduto
ad anonimi guard-rails,
ai luminescenti feticci
della segnaletica.
Abbiamo disleprato
i boschi,
i prati asfaltato
dell’antica saggezza.
***
Paggi o cortigiani
principi o comparse
dobbiamo
stare al gioco.
Fuori dalla corte
solo il bosco
rimane.
Poveri galli accecati
da quotidiani
nonnulla
da progetti affannosi
che una vita
non colmano,
tronfie sagome
di latta
alte sui tetti
e ai capricci
del vento
docili.
 
da“Amorosissima follia”
 
Non chiederò cose,
né alle cose la felicità.
E non un ritorno
dell’amore.
Se è amore
non torna: sta.
***
Il tempo non chiederò
per un sapiente epilogo
ma di trepida linfa
donare,
fino al battito estremo,
ad ogni rameggio possibile,
ad ogni probabile fiore.
E di tornar fanciullo chiedo
per esser più vicino
a nascere
all’infinito vivere.
 
da La donna di Pietro
 
“Nelle tue mani,
Signore,
l’olio dell’umile mensa
si fa degno
di ungere i re
e la pietra più inerte
in tavola sacrificale
si muta.
 
Fa' che io sia
nutrimento e balsamo,
che la pietra silente
che esser mi bastava
presto divenga
un sacro altare”.
***
“Non tornare a me,
nel tempo misurabile:
a crescere non giova
esumar passate consonanze.

Dell’unico cielo
abitatori,
ci congiunga l’infinito”.
 
da “D’una promessa
(Racconto biblico di Abramo e Sara)
 
 
Al suo grido muto
muta l’eco rispondeva
di scarmigliati sterpi.
Non la voce di un Dio amico
ma voce che interroga e sgomenta.
Ad ogni passo invano l’orecchio
tendeva ad altro passo
e ad altro assicurante fiato
che al suo si accordasse.
Ma era impassibile
Colui che il nome non rivela.
Nell’enigma degli eventi
è solo dei prescelti
senza i segni credere.
 
Giunto al luogo       
non disse Abramo le cose ultime
e forte verso il figlio
levò il suo braccio
armato.
***
E venne l’angelo
(venne il Signore!)
in pienezza a convertir lo strazio,
ai piedi stanchi infondere
un nuovo ardore di danza.
 ***
“Mia bianca, dolce Sara,
come un fanciullo mi sono a Dio affidato
e come a un fanciullo
mi torna il riso.
Canta con me, trepida sposa!
E sia il tuo canto fresco
come acqua di polla
che dagli orli tracima di un nobile vaso.
Tornano a te un risorto Abramo
e il figlio per sempre ridonato.
 
Grasse terre vedranno i suoi occhi
e immensa sarà la sua tenda”.
 
da “Nel crocevia dei giorni
Così palpitante laggiù il cielo
ha il sentore di un presagio.
Tra questi amati muri
- testimoni muti di lente mutazioni –
pregusto l’ansia sonora del tuono
e avverto
dietro il visibile
l’enigma.
Svanite le tracce del tempo
lievita lo stupore
e indovina
orizzonti ignoti.
 
Il respiro attinge ad infinito
nell’attimo sospeso.
Si fa presente un Dio senza tuoni
che agli eventi minimi presiede.
 
Con nomi nuovi chiamerò le cose
perché nuovo divenga
delle cose il senso.
***
Con preghiere compassate
e senza franchigia dai rimorsi
abbiamo sepolto i morti.
 
Mai con essi la morte.
 
daCanto discanto
(Rivisitazione di quattro parabole evangeliche)
 
Non scolora in me l’immagine
di processioni antiche,
del salire d’incenso
nell’ampia cupola.
 
(Con suono di celesta
al vento tinnivan le coccarde).
 
Era profumo di Dio
nell’aria
e nella schietta pietà della mia gente
digiuna di carne e di latino.
 
E quando ancora dicevo
“tutto – niente, mai – sempre”
già mi urgeva
d’essere un uomo nuovo.
***
E’ arduo, nel magma degli eventi,
andare diritto al cuore dell’essere.
 
C’è chi si attorce in affanni
per desiderio di cose,
e chi sa screpolata
la cisterna dell’avere.
E chi dice
operaio inutile il poeta:
di parole non si campa.
 
Anche i poeti mangiano pane
ma sanno che le cose
non possono colmare
i vuoti dell’attesa.
 
Verrà un tempo
o forse un attimo abbagliante,
e per quel sacramentale istante
chiederemo la parola da bere,
parola da mangiare.
 
da “Un amore di vigilia
Ha occhi grandi la nostra casa
da cui sempre partimmo
con bagaglio leggero.
 
Ci capita e ci piace
star dentro le mura non merlate
di un ibrido borgo di Lombardia:
E dalle mura guardare il mondo.
 
Dove torbido e pensoso
il Rile si allontana,
salgono voli sguaiati di corvi
(che  è arduo dire d’angeli!).
 
E pur chiamati a correre nel vento
sostiamo nel recinto,
come puledri
che sanno ampiezze inconosciute.
***
Amo i riflessi, i colori del vento,
l’ombra d’albero o di palo
che dal prato sul muro piega.
 
Una grazia creante
passa tra cenci e tegami
aleggia su patite attese
 
si fa riga o pagina
di un diario vivente.
 
Nell’immutabile essenza l’amore
è flauto che attende il soffio,
pronto a regalare all’aria
le più alte melodie del cielo.
 
E lo stupore si pone
come pausa operosa
nel fluire del canto.
***
Una giovane merla
- fatto il nido nel nostro agrifoglio –
prendeva il cibo dalle mie mani.
Erano trepidi i nostri appuntamenti
e misurati sulla grazia;
 
nulla che potesse impaurirla.
 
Bastò un rumore improvviso
e volò via per sempre.
 
Quel rumore, quel perentorio annuncio,
come un colpo di frusta
piegò la nostra vita.
 
(Io non so salire senza strepiti
la via rocciosa della croce
quando l’angoscia
nel cuore s’impaluda.
Ed anche tacitata
non tace).
 
Rotti i sigilli, tutto può accadere.
***
Da quando un lago d’ombra
ha invaso la nostra vallata,
delle blandite illusioni ci resta
quanto resta nel cielo
dopo il saettare d’un rondone.
 
Sopra la buca dell’aspide
 
per quanto il dolore ci insegna
 
noi siamo condannati alla speranza.
***
L’amore vale
se costa almeno
la nostra parte.
 
Il seme custodito
anche nel sonno cresce:
 
il più, il meglio e l’indicibile
verranno a noi per grazia.
 
da“Vaso di nuove meraviglie
 
Con tutto il mio bisogno
di credere e d'amare
invidio quelli che partono
ma amo restare;
mi appartiene il senso fibroso
di una sfibrante fatica.
 
Sono questi i giorni dell'esiguità,
di una narcosi dell'anima.
(Nemmeno mi sorride alla finestra
il fiore baldanzoso della palma,
dalle grasse corpute stelle).
 
Come candela
che esala fumo e non più luce
arrivo a invocare momenti d'uggia,
a preferir la sonnolenza
agli aculei dell'ansia,
alla ferocia del cuneo
puntato al cuore del ceppo.
 
Richiamare il dolore
non è far pace:
da questo tagliente scrimolo
forse un declivio o forse il baratro.
Non è dato scegliere.
 
Sotto un cielo così pulsante
cammino a testa bassa
e sento gioire nell’aria fronde
che nulla sanno del passato,
e nulla del dolore.
***
Tentato a non vita,
come la ruota di un carro rovesciato
che senza gemere rallenta i giri,
ritengo quasi miracolo
un vitale germe di speranza.
 
Mi sorprendo a pregare,
a chieder che questa pioggia
così ferma e opaca
si faccia acqua lustrale.
 
E quando sulla pelle
mi aspetto lo schiocco dello staffile
intensa mi giunge una carezza d'aria
a fare di un vuoto a perdere
vaso di nuove meraviglie.
***
La geometria del silenzio
apre gli spazi
santifica i muri del chiostro
estorce alla natura i suoi segreti.
 
L’infinito amalgama
il visibile, stupore ed anima;
 
di qua dall'infinito
il desiderio inganna.
 
Quando la svolta si impone
e la strada dirupa o s’incollina,
non chiedere consiglio all'ansa
troppo prudente del fiume
e non alla falena ignara
d'esser calamitata al suicidio.
 
Sull'ultimo scalino
sorretti dall’amore
intoneremo il canto.
Più in alto e più vicini
al grande rapimento.
***
Odo nel dormiveglia un suon di passi
sull’asfalto e sul petto.
Forse è solo la notte
con i suoi enigmi.
 
Non saranno i miei pensieri
di sentinella notturna
a destare anzitempo l’alba.
 
Se pur mi pensi
tu sei lontana,
chiara ombra nel buio.
 
Una giovane luna appare
sopra un fondale di nubi,
ed è l’incanto.
Ma di questo stupefatto fremito
te irraggiungibile
non posso far partecipe:
 
nel nostro fluire una strozzatura,
un embolo.
 
Così il pensiero piumeggia
e l’anima prende peso.
L’alba verrà
solo al finire della notte;
mi troverà già desto
e passerà il testimone all’aurora
con l’invito a scoprire,
vivendo,
la vita.
***
Dopo il crepitio dei bengala
e il breve fiore di fuoco nel buio
che deterge la notte
tutto torna ad esser come prima
salvo, forse, l’odore di bruciato.
 
Abbiamo perduto il silenzio,
la battuta d'aspetto
che distende la melodia.
 
Nessuna redenzione è possibile
senza compatire le pene
di uomini alberi e bestie,
senza essere almeno
un oscuro Cireneo.
(Pur vive nel meriggio tardo
- per contagio crepuscolare –
una speranza inconsapevole).
 
Tra noi la smania di armonia
è al calor bianco,
e intera aleggia l’anima
nel fiato acceso di non bastevoli parole.
 
Noi siamo di una pasta
che ben conosce erte e scollinamenti,
gli squassi del cuore e le risalite.
Siamo di quelli
che non si lasciano vivere
***
Il sole che declina,
sorge
se lo guardiamo
da un altro angolo dell’universo.
 
L’eternità è soltanto
una sequenza d’attimi infinita.
 
Io sto dalla parte del sogno
che non si avvererà
e pure mi ostino a sognare.
 
Sarò sempre un novizio e un testimone
della profusa grazia che contagia
chi vuol esser contagiato.
 
Non mi aspetto possessi o gloria
ma un poco di sapienza che rischiari,
un poco di bellezza che redima;
di stupire la risorgente grazia.
 
Vorrei morire d’infinità.
 

 

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